Un Tesoro di Arte Sacra

di Maria Concetta Di Natale  

 

Nel Museo Diocesano, al Seminario vescovile, sono esposti argenti e suppellettili liturgiche di straordinaria bellezza, che vanno dal XIV al XIX secolo. Croci, reliquiari, ostensori, pissidi, pianete e piviali, commissionati dai munifici vescovi di Mazara, testimoniano la raffinata abilità e la vasta produzione di maestri argentieri e orafi spagnoli e toscani, palermitani e trapanesi.  

Nel 1575 si celebrò il primo sinodo diocesano di Mazara del Vallo, e il vescovo Antonio Lombardo, seguendo le disposizioni del Concilio di Trento, decretò l'istituzione del Seminario vescovile. Il vescovo Bernardo Gasc, nel 1579, designò la chiesa di Sant'Eligio il Vecchio sede del Seminario, che fu realizzato qualche anno dopo e, per conferirgli maggior prestigio, il vescovo Marco la Cava, nel 1612, acquistò una tenuta vicino al Palazzo vescovile. Ma il nuovo edificio venne costruito solo al tempo del vescovo Bartolomeo Castelli, nel 1710, nella piazza principale della città, di fronte al Palazzo vescovile e vicino alla Cattedrale. Si deve al vescovo Giuseppe Stella (1742 - 1748) la costruzione dell'ala settentrionale del Seminario con facciata porticata e atrio interno; non a caso, infatti, sulla porta dell'ingresso principale c'è il suo stemma. I lavori, iniziati nel 1744, vennero eseguiti dal capomastro Francesco La Grassa di Mazara, su disegno dell'architetto trapanese Giovan Biagio Amico. Nel 1772, il vescovo Ugone Papè Valdina fece costruire l'antica cappella; la nuova venne, invece, fatta realizzare dal vescovo Orazio della Torre (1792 -1811). Il vescovo Luigi Scalabrini (1832 - 1842) fece poi edificare la parte dell'edificio prospiciente il mare, che verrà completata al tempo del vescovo Antonio Salomone (1845  1847). Il Seminario sarà ancora abbellito nel lato occidentale per volere del vescovo Gaetano Quattrocchi (1900 - 1903).

Solo da poco tempo il Seminario è stato restituito alla sua originaria funzione, e contemporaneamente è stato realizzato, al piano terreno, il Museo Diocesano di Mazara che espone oggi i Tesori dei vescovi, il più significativo e prestigioso patrimonio artistico di tutta la diocesi,

Il   nucleo numericamente più consistente delle opere è ascrivibile al corpus delle suppellettili liturgiche e dei paramenti sacri del Tesoro della Cattedrale, cui si sono aggiunte altre pregevoli opere di argenteria sacra, tratte da diversi centri della diocesi, come Castelvetrano e Salemi, nonchè significative sculture marmoree e dipinti, tra i quali alcuni ritratti di vescovi. Secondo un criterio scientifico, ogni opera trova diretto riscontro in leggende ricche di dettagliate notizie

Le numerose suppellettili sacre coprono un arco di tempo che va dal XIV al XIX secolo, generalmente legate alle più rappresentative autorità ecclesiastiche che hanno retto la diocesi di Mazara, tra le più antiche e gloriose della Sicilia. Ricostruendo la storia del Tesoro di Mazara, si viene così a ripercorrere, da un lato, quella dei vescovi che hanno lasciato la loro impronta nella diocesi e, dall'altro, quella dei più rinomati e capaci argentieri.  

La più antica opera di argenteria del museo è la croce processionale già nella chiesa madre di Salemi, datata 1386 e firmata da Johannes de Cioni, abile maestro pisano proveniente da Cagliari, facente parte, forse, della famiglia di argentieri toscani tra i quali emerge Andrea de Cioni. L'artista si può rapportare a quel flusso migratorio legato a rotte e scambi commerciali che, con frequenza, portavano in Sicilia anche opere d'arte dalle varie Repubbliche marinare.

Con l'arrivo del primo viceré spagnolo nel 1415, la Sicilia si lega più direttamente alla Penisola iberica, e così anche nella parte occidentale dell'isola si comincia ad avvertire la presenza di artisti spagnoli, legati alla corte, latori di correnti valenzano - catalane. Tra le opere più significative del periodo, attribuite ad argentieri spagnoli, è la croce processionale del Museo, tradizionalmente riferita a Giovanni di Spagna, la cui attività a Palermo è documentata dal 1433 al 1465. Quest'opera si ispira alle Cruces fiordalisadas della Spagna e si può raffrontare a quelle marchiate Bark (Barcellona), come la croce astile della Cattedrale di Barcellona di Francesco Villardell, del 1383. Lo stemma alla base della croce lascerebbe pensare che il committente sia stato Giovanni IV La Rosa, vescovo di Mazara dal 1415 al 1448.

Del vescovo Giovanni Lomellino del Campo (1562 - 1571) è esposto al museo il reliquiario dei santi Zenone e Tommaso Cantauriense, che presenta il marchio degli orafi e argentieri di Messina (lo scudo coronato con la croce e le lettere MS, Messanensir Senatus). E questo un caso assai raro per le opere d'argenteria sacra del Tesoro della Cattedrale di Mazara, tuttavia riconducibile al volere di quel vescovo, greco d'origine ma molto legato a Messina.

Nel Seicento, si avrà, poi, un vario proliferare di reliquiari dal forte valore didascalico, e in Sicilia, dopo il rinvenimento nel 1624 delle ossa di Santa Rosalia, si moltiplicheranno quelli dedicati alla vergine eremita. Non a caso, nel 1625, il vescovo palermitano Marco la Cava, allo scopo di preservare la città dalla peste, dona alla Cattedrale il reliquiario a busto della santa patrona di Palermo. L'opera, dovuta ad un argentiere palermitano, reca, infatti, il marchio della maestranza degli orafi e argentieri di Palermo del periodo: l'aquila coronata a volo basso con le lettere RUP (Regia Urbs Panonni). Unico elemento distintivo dell'iconografia della santa è in questa opera, la corona di rose sul capo; le rose, che sono pure simbolo mariano, rimandano da un lato direttamente al suo nome, Rosalia, e dall'altro al rosario, altro attributo iconografico che talora la santa tiene tra le mani.

Dello stesso vescovo si trovano una serie di quattro reliquiari antropomorfi a braccio dei santi Giovanni Battista, Bartolomeo, Andrea e Caterina. Anche questi sono caratterizzati dal loro principale elemento iconografico: il dito che ammonisce e battezza, riferito alla reliquia di San Giovanni; il coltello, simbolo del martirio di San Bartolomeo, che venne scuoiato; la caratteristica croce, su cui venne crocifisso Sant'Andrea; e la più generica palma, simbolo del martirio per Santa Caterina.

Altro vescovo che lascia una duratura impronta alla diocesi di Mazara è il cardinale genovese Giovanni Domenico Spinola (1636 - 1646). Egli commissiona nel 1641 all'argentiere trapanese Diego Candino un ostensorio che reca il marchio della maestranza degli orafi e argentieri di Trapani: la falce coronata con le lettere DUI (Drepanum Urbs Invictissima). Recano pure lo stemma del vescovo una pisside d'argento dorato, il reliquiario della Sacra Spina, una grande cornice di cartagloria, una serie di sei candelieri e diversi paramenti sacri, tra cui una pregevole pianeta realizzata in cuoio traforato, originale opera di grande maestria.

Uno dei più munifici vescovi per il Tesoro di Mazara è Francesco Maria Graffeo (1685 - 1695). Recano il suo stemma, caratterizzato da un grifone, un ostensorio con raggiera, ornata da diamanti e zaffiri, e sei vasi, che originariamente dovevano ornare l'altare, completi di frasche, candelieri e calici. Il grifone è un animale fantastico dalla doppia natura terrestre e aerea, in cui convergono due elementi vitali, entrambi prestigiosi e regali; avendo commisti caratteri anatomici di aquila e leone, dell'una e dell'altro mantiene le peculiari note di supremazia e decoro, vigilanza e coraggio. Tra gli arredi personali di questo vescovo non mancano i parati sacri, e sarà stato certamente vistoso attributo del suo più sontuoso piviale la bellissima fibula di rubini e diamanti, con al cenno il monogramma del nome di Gesù.

Le oreticerie siciliane del XVII secolo sono splendenti per varietà di smalti e gemme che, esaltando i contrasti, ne carattetizzano l'inconfondibile policromia. La credenza sul valore apotropaico delle gemme, peraltro, dovette perdurare at­traverso i secoli anche in Sicilia, conte dimostrano i libri di Plinio e di Vitruvio circolanti nell'isola o l'immancabile De mineralibus di Alberto Magno, opera ripresa nel XVI secolo dal trattato del Dolce, Così il rubino, che secondo Alberto Magno si associa al fuoco di Marte e del Sole, per il Dolce tiene lontana la lussuria, e il suo splendore rimanda simbolicamente alla parola illuminante di Dio e sembra ardere come la fiamma della Carità.

Fanno parte del museo anche numerose suppellettili liturgiche d'argento della bottega trapanese dei Lotta, artisti molto stimati che usavano siglare le loro opere con il nome per esteso.

Il percorso museografico, snodandosi attraverso un iter espositivo che propone le opere d'argenteria sacra nel loro susseguirsi temporale, affiancato dai pannelli didattici, consente così al visitatore di inoltrarsi in uno dei più moderni musei siciliani d'atte sacra.